Poi, una mattina, ti accorgi che Natale è già lì. Sembra di sentirlo nell’aria. Fino al giorno prima ti dibattevi tra acconti, tasse, bollette, parcheggi e parcometri. Rumore quotidiano della vita. Eppure, quella mattina, c’è d’improvviso più silenzio.

Fai i conti con te stesso, questa volta, mentre sbrini il parabrezza dell’auto e accendi il motore in un grigiore ovattato, roba da pianura padana. Casa, ufficio: riflettere. Anche su cosa sei diventato, quando ti accorgi che lo spazio per pensare è giusto quello di un tragitto in auto.
Eccoci qui.
Dalla mattina al tramonto è questione di articoli, lavoro, un paio di amarezze, una battuta. E’ così per tutti. Per molti versi sono più fortunato di altri.
Poi è già sera. Tempo di giacconi e cappotti.

Esci e Natale è sempre lì, che ti guarda. Ti interroga dal buio d’un pensiero, sfugge veloce a palle di plastica appese e sarabande di luci ammiccanti.
Casa.

Rifletti, parcheggi, come sempre. E ripensi a tempi lontani. Al muschio raccolto in silenzio nel bosco. Alla casetta di legno del presepe, a uno chalet in alto, nella vallata, a quelle poche luci che scorgevi appena.
Torni con il pensiero ai tuoi cari, a chi non c’è più. E sorridi con dolcezza infinita a chi ami. “Che non accada nulla, almeno qui, almeno per un poco”.
Scorrono immagini sfocate, echi di risate, abbracci. E tutto ti appare più piccolo, raccolto, come nascosto ai margini d’un bosco, tra neve, castagne e aghi di pino, in quello spazio del cuore solo a te noto e solo a te caro. Che qualcuno condivide. Ad altri scoccia e pesa. Come sempre.

Cammini in strada. Verso casa.
Su in cima, alte in una volta infinita, senza alcun tetto e limite e ariosa, pulita, finalmente libera, le stelle.
Chissà se se ne fregano. E’ quasi Natale.

Roberto Barucco